Balzano Editore
Marinai
Marinai
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Paolina Bonaparte e James Cook, tanto per citare due dei protagonisti della narrazione, vengono rivisitati in chiave di fanta – storia, in virtù della possibilità di sviluppare il tema centrale, ovvero l’essere umano in quanto navigante. All’innegabile precisione nei riferimenti storici e geografici l’autore accompagna con disinvolta nonchalance elementi incredibili ed improbabili, mantenendosi sul precario, acrobatico equilibrio tra realtà e fantasia che è tipico della sua narrativa. Alle storie di personaggi celebri si alternano quelle di persone comuni appartenenti a gruppi ben identificabili per usi e tradizioni, chiamati anch’essi a compiere riti al limite del magico oppure a subire l’irruzione dell’immaginario nella loro vita.
Autore: Sergio Massimo Greci
Pagine: 169
Dimensioni : 11.99 x 1.04 x 19.99
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Raccontare storie vere o verosimili di uomini di mare di ogni tempo, trasformandole in piccoli miti moderni: è questo l’affresco narrativo di Sergio Massimo Greci, che presenta tredici racconti stimolanti, tutti incentrati sul mare e sugli uomini che lo solcano da millenni.
Il mare è amato, distrutto, rispettato, sfruttato per fare soldi; è compagno sincero, luogo di fuga e di ricerca, ma anche di condanna. È sacro, e in ogni caso non viene mai dimenticato.
Su questo sfondo emergono le suggestioni oniriche di Robinson Crusoe, dove la solitudine diventa insieme forza e follia; si assiste all’arrivo degli ammutinati del Bounty in un’isola misteriosa del Pacifico, scenario di un caso unico di fusione culturale tra uomini inglesi e donne polinesiane.
C’è poi la morte plebea di James Cook alle Hawaii: un uomo che ha dominato gli oceani e che finisce “spezzatino” in una baia del Pacifico. Incontriamo anche la tonnara, descritta come un rito di fecondazione, quasi una messa laica, in cui la rete dei pescatori si trasforma in un ventre materno.
Un richiamo all’avventura emerge nel tentativo disperato e tragico di liberare Napoleone Bonaparte dal suo esilio finale a Sant’Elena; mentre, in un racconto di fantascienza aliena, l’autore mette in ridicolo la politica, mostrando come la soluzione alla fame non passi dalla sostenibilità o dal ripristino dell’ecosistema, ma da un furto tecnologico.
Il mare resta il denominatore comune: non è una barriera, ma un linguaggio universale. Ciro e Istfan appartengono a mondi diversi, eppure la “cultura del mare” li rende simili. Spesso la terra è luogo di sofferenza, mentre il mare e la spiaggia diventano spazi di riscatto, libertà e solidarietà.
Nel racconto che ha per protagonista un clandestino — un uomo ridotto a ombra, costretto a nascondersi in una stiva calda e rumorosa — emerge con forza una dignità calpestata in patria (“ridotto alla fame, rovistando tra i rifiuti”). Il viaggio in mare rappresenta per lui l’unica via per tornare a essere un uomo: i colori delle persone, il bianco e il nero, svaniscono davanti all’azzurro del mare.
Sono tutte riflessioni amare sulla fragilità umana.
Il richiamo silenzioso dell’autore risiede nella ricerca di autenticità, in un mondo che sta perdendo le proprie radici, e nel bisogno di ristabilire un’armonia tra uomo e natura, laddove quest’ultima non è un nemico da dominare, ma un alleato da ascoltare. Quando una società si fonda esclusivamente sul consumo e sul profitto, finisce per trasformarsi in un parassita, costretto a solcare i mari alla ricerca dell’ultima risorsa rimasta, perdendo ogni traccia di umanità ed empatia.
Nella storia di Pietruccio, infatti, la vera dignità dell’uomo non risiede nel successo facile, ma nella capacità di “reggere il mare” (in senso metaforico e letterale) e nel mantenere un legame onesto con le proprie origini e con gli elementi naturali.
E così, il racconto finale diventa un omaggio alla “napoletanità”, intesa come spirito indomito e resiliente.
Il vero progresso non è quello delle macchine a vapore, ma la capacità di un popolo di restare fedele a sé stesso nella propria anima viscerale, anche quando il mondo intorno cambia radicalmente
Site proto du’ strunze… bianco o nero simme tutte fratelli piscature»
Il libro Marinai di Sergio Massimo Greci è un’opera intrisa di salsedine, che rivolge lo sguardo non solo al mare, ma soprattutto alle persone che lo vivono ogni giorno: i marinai.
Il romanzo mescola vari temi come storia e finzione narrativa, fantasia e fantastoria, il mondo marinaresco e quello della terra ferma, oltre ad offrire al lettore riflessioni profonde sul mondo dei migranti, sulle difficoltà economiche, sul rapporto uomo-donna, sul viaggio come naufragio verso il proprio destino.
Greci descrive il mondo dei marinai come un labirinto di imprevisti e possibilità, quasi fuori dal tempo. Le navi diventano piccoli mondi galleggianti in cui si intrecciano storie personali, nostalgie e desideri. Il mare, invece, non è solo uno sfondo, ma una presenza viva, a volte accogliente, altre volte ostile, capace di mettere alla prova chi lo attraversa.
Uno dei temi centrali del libro è il senso di distanza dai propri affetti, dalla terraferma, ma anche da una vita “normale”. Non appartenendo a nessun porto, il marinaio si trova in una “terra di mezzo”, sospesa tra libertà assoluta e inevitabile solitudine.
A parte “La Moglie e l’amante di Capitan Petriccio” e Ottocento napoletano… «’O serpentone!», il racconto è strutturanto come una galleria di brevi racconti, il più poetico dei quali è senza dubbio “La terra dei merluzzi e delle favole”, che sembra essere tratto da un libro di Hans Christian Andersen, un “dipinto onirico” che meriterebbe di essere tradotto in immagini, magari in un grande successo del cinema d’animazione.
Interessante l’abilità di Greci nel far prendere vita a personaggi storici, come Paolina Bonaparte e James Cook, che si muovono tra verità e immaginazione.
Lo stile dell’autore, evocativo e poetico, invita il lettore a riflettere sul viaggio come odissea interiore.
Il marinaio non è solo un lavoratore, ma un viaggiatore alla perenne ricerca della sua stella.